Ciao ragazzi, come ve la passate? Come state vivendo questo assurdo periodo? Oggi vi scrivo non per presentarvi una ricetta o un prodotto nuovo, ma per raccontarvi di me, della mia quarantena e delle sensazioni e emozioni che da oramai 40 giorni mi accompagnano giorno dopo giorno. Insomma vi racconterò della vita di un foodblogger ai tempi della quarantena. Spero possa essere una lettura interessante. Io sentivo la necessità di condividere questo periodo con voi.

Devo essere sincero, quando tutto ha avuto inizio, ho preso sotto gamba la situazione, non mi sarei aspettato tutto questo, mi sono detto: “Ma si è una influenza, si ci sono più casi, si ci sono dei morti, ma vedrai che passerà”. Mai mi sarei immaginato di sbagliarmi così tanto. Mai mi sarei immaginato di vivere quello che stiamo vivendo. Mai mi sarei immaginato che saremmo arrivati a parlare di “pandemia”.

 

Io sono fortunato, non tutti hanno la possibilità di lavorare da casa, di fare “smart working”. Come qualcuno di voi sa già, sono un docente universitario, quindi dopo la prima fase di sospensioni delle lezioni in aula e dei laboratori didattici, l’inizio di lavoro in ufficio soli soletti, il primo, secondo e ennesimo decreto restrittivo sono rimasto a casa e ho iniziato a lavorare online con il mio pc.

 

foodbloggerDa oramai un mese ho ripreso le mie lezioni, ovviamente in modalità online, ho ripreso a fare esami, a fare riunioni con i colleghi. Tutto rigorosamente guardando uno schermo freddo e asettico di un pc. Le giornate sembrano tutte uguali, o forse lo sono. La sveglia è sempre presto, faccio colazione con mia moglie Mariella. Lei non ha la fortuna di lavorare da casa e ogni giorno combatte la sua guerra per tornare da noi, da me e da nostra figlia, senza portarsi nulla dietro. Lei fa la farmacista, vede tanta gente, sente tante storie, le vive, e come tutte le persone che lavorano in prima linea, che lavorano a contatto con la gente, ha paura. Ma è anche coraggiosa, forte, caparbia e determinata.

 

Le giornate, dicevo, sembrano tutte uguali, ma non lo sono. Ci sono giorni in cui mi sento bene, il più dei giorni, mi preparo un caffè e sono pronto a fare le lezioni con i miei ragazzi. Accendo il pc e via, come un treno, con la passione che mi contraddistingue, cerco di insegnare loro quel poco che so. Io che ho sempre amato la tecnologia, oggi vorrei avere una lavagna, un gesso, un’aula piena di studenti che possa guardare negli occhi, ai quali possa parlare vis a vis, con i quali scontrarmi o confrontarmi, tutto rigorosamente con il pathos delle reazioni a caldo, senza che nulla si frapponga tra me e loro, senza uno stupido schermo anonimo a cui parlare come se fossi pazzo.

 

Le giornate positive sono anche le più creative. In questi 40 e più giorni la cucina è stata il mio regno, ogni giorno, non solo il weekend come normalmente accadeva. Ho rifatto vecchie ricette, ne ho create di nuove. Ho studiato abbinamenti insoliti, con risultati ragguardevoli, e sperimentato consolidate unioni culinarie, con risultati a volte deludenti. Il cibo allieta ogni giorno le nostre tavole, a volte è anche una consolazione più che una necessità. Ma forse in questo periodo è giusto anche così. Ogni giorno creo ricette, le condivido qui sul mio blog, sui miei social, consiglio a chi mi segue cosa preparare, insomma faccio il foodblogger. Anche se non è il mio lavoro principale è pur sempre un lavoro, creativo e produttivo, e questo mi mantiene vivo.

 

foodbloggerHo fotografato molto in questi giorni, pur stando a casa. Come sempre ho fotografato il food, amo scattare foto il cibo, mi appassiona, mi rende creativo, mi stimola. Sono passato a fotografare la mia cucina, non lo avevo mai fatto, e questo grazie a un progetto di mia cugina Paolacucine in quarantena”. Ho fotografato le mie orchidee bianche. Ho fatto una infinità di foto ai quaderni di mia figlia per spedire i compiti svolti ai suoi professori. Ho fotografato me stesso, mia moglie e mia figlia, non solo con la macchina fotografica, ma soprattutto con gli occhi, soprattutto con il cuore.

 

Ho la fortuna di non essere solo durante le mie giornate, mia figlia Gaia è sempre come me. Anche lei è impegnata con le lezioni online, i compiti, le attività extracurriculari, le sue amiche. Lei è nella sua stanza, io nel salone dove ho allestito una scrivania di fortuna con la macchina da cucire di mia nonna Rosa. Anche se siamo entrambi impegnati non c’è momento della giornata che non ci si incroci e ci si scambi un sorriso, una battuta, una sensazione o non ci si confronti su qualcosa. Abbiamo anche preso l’abitudine di fare sport insieme. Facciamo 30 minuti di pilates al giorno, e ridiamo come matti. Ascoltiamo musica insieme, cantiamo e balliamo facendo gli scemi. Beh io faccio lo scemo e lei ride dandomi del matto.

 

In questi giorni ho anche sperimentato la magia di essere ospite in un programma radiofonico. Ho parlato del mio lavoro, della mia passione per il food, della mia passione per la fotografia e per la mia amata regione: La Puglia. Non mi era mai capitato e devo dire che mi è piaciuto. Di questo ringrazio Mariano Di Venere e il suo programma “We Hear In Puglia”. Chissà che con lui, in futuro, non nasca qualcosa di stimolane On Air. Se vi va potete riascoltarmi qui.

 

Ho anche riscoperto la lettura, una mia vecchia passione, ma che con le mille cose da fare, avevo trascurato. Ho finito un libro iniziato secoli fa, ne ho iniziato altri due. Ho viaggiato con la mente sfogliando i libri che più ho amato leggere, quelli che ti lasciano il segno, qualunque esso sia. Quelli che mi hanno permesso di amare, odiare, piangere, sorridere. Sono anche tornato indietro nel tempo e ho ascoltato vecchi brani musicali, musica che simpaticamente ho definito “old style”.

 

In questi giorni cerco di essere in contatto con le persone “lontane” a cui tengo. Tutte in realtà, non siamo mai stati così lontani gli uni dagli altri. I miei genitori, che sono a 60 km ma che non posso andare a trovare. Non li vedo dal primo febbraio. Mia sorella che vive in Spagna. I miei suoceri, i miei cognati. I miei amici, dai più intimi ai conoscenti. Una parola di conforto, un messaggio, una chiacchierata, una videochiamata, un semplice “ti abbraccio”. Questo li rende più vicini, meno distanti. Questo mi da conforto, e spero ne dia a loro.

 

Ma il vero problema non sono i mille giorni buoni. In quelli ti tieni vivo, fai mille cose, cucini l’impossibile, ti dai forza, la dai agli altri e ti dici che tutto andrà bene, ne usciremo, dobbiamo avere solo pazienza. Il vero problema è l’unico giorno cattivo, l’unico giorno “NO”. Quello è il vero problema per gli ottimisti come me. Quel giorno cade come una scure su di te, ti prende, ti intrappola, ti costringe a pensare in modo sbagliato, ti offusca la mente, ti appiattisce l’anima, ti stritola fino a farti soffocare. Ti costringe ad una apatia che non ti appartiene e ti svuota di ogni speranza.

 

Per fortuna, quel giorno “NO” finisce, e ti svegli il giorno dopo, pensando alla fortuna che hai. Pensi alla sofferenza che c’è fuori, alle persone sole, a quelle che sono morte sole, ai medici, operatori sanitari, a tutti quelli che lottano anche per te perché tutto questo finisca. Allora ti dici: Io sono fortunato, e per questo devo essere allegro, donare un sorriso, regalare conforto e restare a casa. Questo è il mio piccolo contributo per sconfiggere un male invisibile che ha messo il nostro pianeta, in ginocchio.

 

So per certo che domani, un domani da definire, torneremo liberi, non saremo più carcerieri di noi stessi. Quel domani però dovremo essere consapevoli, consapevoli che tutto il prezzo pagato, non può essere dimenticato. Il cambiamento è alla base dell’evoluzione. Allora dobbiamo essere pronti ad evolverci, a cambiare.

 

Nel frattempo però, tenetevi stretto quello che avete, siate pigri, operosi, produttivi o inconcludenti, non importa, seguite il vostro cuore. Cucinate, seguitemi, se vi va, nei miei vaneggiamenti in cucina, di solito le ricette che vi propongo sono commestibili. Ricordatevi solo di sorridere, di essere positivi e di guardare al futuro con ottimismo. E se sarete fortunati, chissà magari alla fine di tutto questo faremo una festa, magari in riva al mare. Cucino io, non temete, sono un foodblogger, non mi spaventa, e mangiando, bevendo, piangendo e ridendo, ci butteremo alle spalle questo brutto momento e apriremo il cuore ad un nuovo modo di vivere.

 

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